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L’Inquisizione a Mores

I quattro secoli di dominazione spagnola in Sardegna furono una pagina per moltissimi versi oscura, nota senz’altro anche per la presenza del Tribunale dell’Inquisizione. L’inquisizione a Mores si fece sentire, e anche il nostro paese dovette fare i conti con questa realtà repressiva dal 1493 sino a alla prima metà del ‘600. In particolare, il 1563 fu un anno cruciale: l’inquisitore domenicano Diego Calvo spostò la sede del Tribunale da Cagliari al Castello Aragonese di Sassari, passaggio che contraddistinse il periodo di maggiore attività.

Un breve accenno sull’Inquisizione Spagnola in Sardegna

L’Inquisizione Spagnola fu un’istituzione controllata dai sovrani spagnoli finalizzata ad imporre con la violenza un modello di società basato sull’ortodossia cristiana. Fu uno strumento usato per garantire la “limpieza de sangre” (purezza del sangue), che consentiva di depurare la società da musulmani, ebrei, luterani, eretici, streghe e persone avverse ai dettami del cattolicesimo. Tale strumento venne  usato anche per indebolire e colpire nel prestigio nobili e persone potenti, così da poter confiscare i loro beni a favore delle casse dell’Impero. Non fu di certo un periodo sereno, ma anzi, contraddistinto da miseria, timore e angoscia tra i diversi ceti sociali. Ciò mette in evidenza un netto contrasto tra la cultura sarda locale e quella imposta da Madrid che esercitava un rigido controllo repressivo sulla vita dei cittadini.

Il Sant’Uffizio esercitava il suo potere tramite una fitta rete di informatori e funzionari presenti in ogni rango della società. Citiamo ad esempio i familiares, ”le spie” degli inquisitori, persone locali che, grazie a incentivi di carattere monetario e fiscale, riferivano informazioni ai vertici, incoraggiavano delazioni e accuse e catturavano sospetti e fuggitivi. Le accuse erano in genere eresia, bestemmie, stregoneria, patti col diavolo, trasgressioni sessuali, bigamia e comportamenti avversi nei confronti della Chiesa e delle sue norme.

Il primo processo dell’inquisizione a Mores: i fratelli Minuta

E’ attestato che almeno 10 moresi finirono tra le maglie dell’inquisizione in un periodo che va dagli anni immediatamente precedenti alla nascita del Marchesato di Mores sino alla prima metà del ‘600. Dalle carte processuali emerge quanto l’Inquisizione favorì un processo di espropriazione della cultura locale del paese a beneficio di quella più istituzionale imposta dalla corona di Spagna. Mores, come tutti i paesi della Sardegna, aveva un sistema sociale in cui simboli e rituali magici tradizionali erano perfettamente tollerati, ma che furono ben presto marginalizzati e condannati dal sistema imposto dalla cattolicissima e controriformista Spagna imperiale.

Il primo processo vide come protagonisti i fratelli Andrea e Francesco Minuta, nobili di Mores accusati rispettivamente di bigamia e opposizione al potere del Sant’Uffizio. Subirono l’autodafè lo stesso giorno, il 14 dicembre del 1574, data in cui iniziò la loro storia rocambolesca. A Francesco furono inflitti il pagamento di 100 ducati, 8 anni di carcere ed esilio a Tunisi per tre anni, mentre ad Andrea toccarono 6 anni. Francesco riuscì a fuggire dall’esilio in Tunisia, giustificando tale azione con l’assenza di condizioni dignitose per poter vivere. Tuttavia,  nonostante le sue ragioni, venne incarcerato di nuovo e riuscì a fuggire per ben altre due volte. La sua ultima evasione coincise con quella del fratello Andrea: i due fratelli si incontrarono poi a Roma per chiedere al pontefice Sisto V la grazia. L’operazione tuttavia non andò a buon fine e il Papa rispedì i due nell’isola. I Minuta vennero ancora una volta incarcerati, con l’obbligo di portare i ferri ai piedi.

I casi di fine ‘500

Assieme ai fratelli Minuta, subirono l’autodafè Giovanni de Livesi, Andrea Sasso e Don Angelo Minuta. I primi due finirono sotto accusa per opposizione al potere del Sant’Uffizio e condannati rispettivamente a 100 frustate in pubblica piazza e sei mesi di reclusione. Angelo Minuta invece, accusato di bigamia, dovette scontare 3 anni come soldato nelle galere e pagare una multa di 100 ducati. Tra il 1594 e il 1596, si ha notizia dei processi di Giovanna Porcu, quarantenne accusata di “proposizioni scandalose”, e di Comida Sale accusato per lo stesso motivo dalla nuora e dalla suocera.

Il processo a Julia Carta

Il caso più eclatante fu senz’altro quello della strega Julia Carta. E’ forse il processo più importante e dettagliato della storia dell’Inquisizione Spagnola in Sardegna, avvenuto tra il 1596 e il 1606. Julia Casu Masia Porcu, nata a Mores ma trapiantata a Siligo dopo il matrimonio, era una donna analfabeta e di umili origini. Apprese  l’arte di confezionare amuleti (sas pungas), di preparare unguenti curativi e le tecniche magiche diagnostiche basate sull’osservazione delle fiamme. Imparò tutto ciò da sua nonna materna, Juana Porcu, da una donna morese, tale Thomayna Sanna, e da una zingara insediata nel paese. 

A causa di queste pratiche, effettuate benignamente a tutte le persone bisognose, finì nel mirino degli inquisitori. Il procedimento giudiziario a suo carico ebbe inizio a causa di alcune donne di Siligo che accusarono Julia di stregoneria. Dopo una lunga serie di torture e reticenze da parte della donna, il Tribunale riuscì a strappare una confessione. Stremata, ammise infine di aver praticato magie e di aver stipulato un patto con il demonio. Fece pubblica abiura presso la chiesa di Santa Caterina di Sassari, parlando in sardo e indossando il sambenito. Ritenuta recidiva, venne nuovamente arrestata sette anni dopo e dichiarata eretica formale, apostata della fede e idolatra del demonio. Dopo il secondo processo, di Julia si perdono le tracce e non comparirà più in nessun documento. Le dettagliatissime carte, scritte nell’arco di un decennio, sono un documento formidabile in grado di fornire un’incredibile mole di dettagli circa la società dell’epoca. E’ possibile leggere l’intera storia visitando la pagina Wikipedia creata e curata dalla nostra Associazione cliccando su questo link.

Il caso del Marchese Andrea Manca y Virde e gli ultimi processi

Andrea Manca y Virde fu il secondo Marchese di Mores, figlio di  Caterina,  la marchesa conosciuta anche per aver fatto edificare la chiesa di Santa Caterina di Mores. Di Andrea Manca si hanno relativamente poche notizie se non quelle di carattere burocratico presenti negli atti. Tra queste, spiccano dei documenti dell’inquisizione tali per cui finì alla sbarra per proposizioni eretiche. La vicenda iniziò durante una processione del Corpus Domini, occasione nella quale ebbe un alterco con il parroco del paese. Al passaggio del Santissimo, non scese da cavallo, rifiutò di inchinarsi e dichiarò che la messa del parroco allora in carica “non valeva nulla”. Accusato di eresia luterana, finì tra le grinfie del Tribunale nel 1617. Con tutta probabilità furono i suoi stessi fratelli a muovere le accuse, per colpirlo nel prestigio e nelle ricchezze considerata la sua posizione di nobile. 

Assieme al marchese, la prima metà del ‘600 vide altri due processi, gli ultimi dell’Inquisizione a Mores di cui si ha notizia. Caterina Pisqueda, bandita da Mores per 4 anni per opposizione al potere e Pedro de Serra, accusato e poi assolto per proposizioni eretiche.

Fonti

Le notizie che abbiamo sull’Inquisizione a Mores ci arrivano dall’Archivo Historico Nacional di Madrid e dai tanti autori che hanno rielaborato le informazioni. In particolare citiamo il professor Tomasino Pinna, autore dell’esemplare lavoro “Storia di una strega. L’Inquisizione in Sardegna. Il processo di Julia Carta” e Antonio Areddu, docente e storico di origini Moresi autore del libro “Il Marchesato di Mores”.

A cura di Ettore Farris

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